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La storia del nostro Comune

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foto di assessore xyPorta Pia

Secondo la tradizione, il paese sarebbe stato fondato sulle rovine di Chone, colonia magno-greca che sorgeva nei pressi del torrente Fiumenicà. Nel sec. III a.C. passò sotto il dominio di Roma e fu nota come Paternum. A causa delle continue incursioni saracene il paese fu edificato in collina, in un luogo più sicuro e difendibile, in modo da costituire una postazione militare di rilevante importanza strategica specialmente ad opera di Niceforo Foca. Tutto ciò non impedì, tuttavia, la sua conquista, nel 1050, da parte di Roberto il Guiscardo. Subì gli influssi della cultura bizantina particolarmente radicata nella zona e, nonostante gli accordi che gli Altavilla avevano intrapreso con la chiesa di Roma, tendenti a latinizzare le terre e i casali ricadenti nei loro domini, mantenne a lungo il rito e le tradizioni proprie della chiesa greca. Nel 1260 vi figura, quale utile signore un tal Matteo, padre di Boemondo il cui cognome era, forse, Cariati. Nei primi del sec. XIV è infeudato a Gentile di San Giorgio. Nel sec. XIV vi apparvero i Ruffo Montalto, e proprio per interessamento di Covella Ruffo, venne innalzata a sede vescovile da papa Eugenio IV nel 1437. Nel 1479, vi subentrarono i Riario di Imola; a costoro successero i Sanseverino, i Coppola, i Borgia e, nel 1505, gli Spinelli che vi rimasero fino all’eversione della feudalità. Tra le numerose incursioni turchesche che l’afflissero, si ricorda quella del 1595 ad opera di Sinam Pascià Cigala, ossia di quel cristiano rinnegato a nome Scipione Cicala. I cariatesi, sollecitati dal vescovo D’Alessandro, presero parte attiva allarmata della Santa Fede guidata dal cardinale Fabrizio Ruffo per abbattere la repubblica napoletana, nel 1799. "L’accesso al fortilizio - scrive Giuseppe Cersosimo - avveniva tramite un ponte levatoio nel rione che ha conservato il toponimo Ponte a ovest, e successivamente anche da una porta a sud di innesto all’asse viario principale a sviluppo lineare: l’attuale Via XX Settembre. La cortina muraria, di origine quattrocentesca su preesistenze bizantine, fortificata dai viceré spagnoli e dai principi Spinelli (sec. XVI-XVII-XVIII), è imponente nella mole, non presenta tracce di merlature e manca quasi ovunque il camminamento di ronda non più identificabile. I torrioni si alternano a bastioni a salienti denotando i vari interventi di potenziamento e si raccordano con l’andamento a scarpa di tutta la cinta muraria. Al suo interno, dal mediano asse principale si diparte una fitta maglia viaria che collega gli edifici più importanti (Seminario, Cattedrale, Episcopio) con i vari quartieri volgarmente denominati rughe costituiti da accorpamenti di piccole cellule abitative a formare isolati spesso dimensionalmente notevoli" (1). Imboccando Via XX settembre, si giunge in Piazza Plebiscito sulla quale prospetta la Cattedrale dedicata a San Michele Arcangelo. Fondata nel 400, ebbe a subire i danni provocati dal terremoto del 1783; fu ricostruita nel 1857 dallarcè. Carmine Ruggero. La facciata è caratterizzata da un pronao templare con colonne. La torre campanaria, a pianta quadrata, è rimaneggiata nella cuspide. L’interno è costituito da tre navate divise da colonne binate in stile ionico. La copertura del presbiterio è a cupola su tamburo ottagonale, esternamente è rivestita da mattonelle in maiolica. Sull’altare maggiore, decorato a tarsie policrome, tela raffigurante la l’Assunta di Raffaele Aloisio del 1864. Ai lati, avanzi di un coro ligneo settecentesco in noce, intagliato e decorato in stile barocco, costituito da due ali di scanni con alto postergale, coronamento di trabeazione e vistose cimase a rilievo con testine di angioli e colomba. L’opera proviene dal convento dei Liguorini di Corigliano per l’acquisto fattone dal vescovo di Cariati mons. Collia (1839-1873) e reca la seguente iscrizione: "Locum hunc mira arte fabre-factum ad Deo psalleadum dictum Hieronimus Franceschi de Serra faciebat anno Domini 1755 usq. annum 1759". In sagrestia dipinti di ignoti raffiguranti dei prelati: vescovo Nicola Golia (sec. XIX), vescovo Gelasio (opera di Gaetano Basile del 1829). Inoltre le seguenti tele: Madonna e Santi (sec. XVIII), S. Lucia (sec. XVIII), San Michele di Luigi Taglialatela del 1912, Madonna del Carmine con San Rocco del 700, Sacra Famiglia con i santi Domenico e Antonio da Padova, dell800. Le statue in cartapesta sono dedicate a: Santa Lucia (Guacci, sec. XIX), San Giovanni Battista (sec. XX), Santa Filomena (sec. XIX). Quelle in legno scolpito e dipinto da ignoti scultori raffigurano: Immacolata (sec. XX), Madonna del Carmine (sec. XX), Santa Margherita (busto, sec. XVIII), S. Pietro (busto, sec. XVIII), San Cataldo (busto, sec. XVIII). Il palazzo vescovile, adiacente alla Cattedrale, è stato eretto verso la metà del Seicento dal vescovo Francesco Gonzaga e fu completato da suo successore mons. Barzellini. La chiesa dei Francescani o dei Minori Osservanti, fu eretta nel 1441 dalla famiglia fiorentina dei Bonaccorso ed è costituita da due distinte costruzioni. La chiesa di Santa Filomena, di architettura tardo gotica, si presenta mononavata con portico e cappelle con volte a crociera costolonate, con cupoletta sovrastante l’abside di forma ottagonale, del sec. XV, rivestita di piastrelle maiolicate fiorentine di tipo spagnolo a mosaico; il portale lapideo è con arco ogivale; la navata e l’abside sono del sec. XV; gli stalli lignei seicenteschi sono opera di Girolamo Franceschi. L’altra chiesa di Santa Maria della Catena, con portale ornato sormontato da un rosone decorato a traforo, ha l’interno con volta a crociera ogivale, a tre campate, con archi a costoloni litici. Nella zona archeologica ravvisabile nelle contrade Praia, Piano S. Maria e Frasso, ritrovamenti di età preistorica, protostorica e classica. Tra i vari reperti, fanno spicco alcuni bronzetti tra cui uno che raffigura Ercole, frammenti di corredi vascolari, monete romane, un’ascia e due tesoretti monetali di età magno-greca. Si racconta di una ragazza di nome Laura che, rapita durante le incursioni barbaresche e portata ad Istambul, divenne la favorita del sultano. In quell’occasione imparò l’arte del tessere, e, quando, in seguito alla morte del suo signore, ebbe la libertà, tornò a Cariati e vi diffuse quanto appreso in Oriente. Si dice anche che lungo le valli nei dintorni del paese, si odano strani rumori attribuiti a creature orribili con sembianze di vecchie che sbattono i loro seni nelle acque dei fiumi. Vestito tradizionale: "Scalze. Vannerella, maniche staccate. Nel distretto di Rossano è cotone; quindi gli uomini calzoni di felpa, calzettoni blu e cappello con nastri". Tratto da "L.Bilotto" - Itinerari culturali della provincia di Cosenza a cura di "Depinius"

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